Pietro Colucci interviene al Meeting di primavera 2014

Pietro Colucci è intervenuto al “Meeting di Primavera 2014″ tenutosi il 15 Aprile a Roma.

La produzione di beni e servizi – e la commercializzazione degli stessi – è diventata globale, questo è un dato. Globalmente va interpretato il ruolo della geografia del lavoro che cambia, quindi abbiamo fenomeni di transmigrazione di produzioni industriali e di commercializzazione degli stessi, connessi ad un sistema che ha cambiato completamente il modo di interfacciarsi delle comunità e anche quindi alla capacità di produrre beni e servizi negli angoli più sperduti del pianeta, a costi evidentemente inferiori.
Cosa ha generato ciò?
Ha generato un cambiamento, anche di mentalità. Per cui oggi, rispetto al lavoro, non è tanto importante in che famiglia nasci, quanto sia benestante e qual sia il contesto di persone che conosci, ma dove nasci, in che città nasci e in che Paese nasci. L’Italia ha perso il 24% della sua produzione industriale e ha una disoccupazione che sfiora il 13% a livello generale e il 42% a livello giovanile. E’ certamente un dato inquietante, se si pensa che Truman giustamente diceva “si tratta di recessione quando il prossimo perde il lavoro e diventa depressione quando sei tu a perdere il tuo”.

Questo dato deve far capire, deve far riflettere su cosa è successo. E’ vero che noi abbiamo perso tanto ma gli Stati Uniti, dal 1985 hanno perso mediamente 370.000 posti di lavoro all’anno, anche negli anni in cui crescevano.
Questo perché un sistema di produzione di beni e servizi, in quanto cambia, sposta la sua produzione in altre aree. In Cina, Shenzhen, la città che tutti conoscono come quella che si è sviluppata di 300 volte rispetto a Los Angeles o Phoenix, è una città che è cresciuta, in 30 anni, da un piccolo villaggio di pescatori a una megalopoli di 15 milioni di persone. Ogni anno partono dal suo porto 25 milioni di container, uno ogni secondo. È una realtà con cui non si può non fare i conti e che noi non siamo in grado di combattere. È inutile pensare che una flessibilità diversa sul lavoro possa dare la speranza di reindustrializzare un Paese che non cresce da 15 anni. Certamente a Shenzhen è la localizzazione della produzione dell’iPhone, il quale è un bene da 634 componenti che vengono assemblati a Shenzhen in una fabbrica di 400.000 persone.
Su ogni iPhone Apple guadagna il 65% e non sarebbe in grado di farlo se avesse la produzione in America. Ma, negli Stati Uniti ha localizzato la produzione di ingegneria, del design, del software che sta alla base di quello, che è la ricchezza della Apple, che genera posti di lavoro per 33.000 persone con un indotto di 171.000 persone, 100.000 dei quali sono addetti non qualificati (infermieri, baby-sitter, psicologi, idraulici, insegnanti e quant’altro). Questo ci insegna a capire che ci sono prodotti e servizi che gli americani classificano come traded, cioè commerciabili, che si spostano o si possono spostare, e servizi localizzati, che servono alle comunità locali, che non si possono spostare. I primi sono soggetti a due fenomeni: l’innovazione e la produttività. La produttività aumenta i salari ma riduce i posti di lavoro. Oggi ci vuole il 75% delle ore lavoro in meno per costruire un auto rispetto agli anni ‘70. Questo è un dato con cui fare i conti quando si ragiona in termini di manifattura, cioè di produzione industriale. L’innovazione, invece, aumenta i salari e aumenta l’occupazione.
Se possiamo fare tesoro dell’esperienza degli altri capiamo che l’innovazione ha una capacità moltiplicativa dei posti di lavoro, 1 a 5, contro 1.6 della manifattura. Bloom, l’ex guru dell’industrializzazione di Barack Obama, diceva “dove c’è un’azienda manifatturiera che assembra prodotti per le auto, nasce un walmart cioè un centro logistico di distribuzione di quei prodotti. Non è vero il contrario, cioè che dove nasce un walmart non è detto che nasca un’impresa.” È assolutamente vero, ma non ha aggiunto che se si aggiunge la componente innovazione, qualunque tipo di innovazione, nella caratteristica della produzione, i posti generati sono 5 perché la ricchezza di un matematico, di uno scienziato, di un ingegnere software è molto più alta, e quindi attira posti di lavoro.

Città come Detroit, che negli anni ’70 erano il modello americano dello sviluppo e della capacità di crescere di una città, oggi sono città che hanno il 30% della popolazione sotto la soglia di povertà; altre, invece, sono cresciute sul presupposto di puntare a un modello di business diverso.
Noi siamo in mezzo al guado, perché l’Italia aveva una crescita negli anni ’70 vicina al 47%, negli anni ’80 è scesa la 27%, al 17% negli anni ’90 e soltanto al 2,5% nell’ultimo decennio. La cosa più grave è che la produttività del nostro Paese, che negli anni ’70 era “soltanto” 2.8, oggi è 0, l’incremento della produttività.
Questo dato ci fa pensare che noi probabilmente non siamo in grado di competere sul mercato globale sulla manifattura, ancorché è vero, come diceva Mark Twain, che le bugie sono di tre tipi: piccole, grandi e le statistiche. In realtà l’Italia ha una sua capacità di competere sui mercati internazionali, in particolare certamente le imprese che esportano, che si rivolgono ai mercati esteri. Dal 2008 al 2012, l’Italia con le sue imprese è stata tra i 5 grandi Paesi che hanno superato i 100 miliardi di bilancio positivo commerciale rispetto all’estero e, a tutt’oggi, noi siamo in eccellenza; scelti 5.000 prodotti tipo, abbiamo un’eccellenza che va dalla prima alla terza posizione per 1.000 di questi prodotti. Quindi abbiamo ancora la capacità manifatturiera, abbiamo perso le grandi aziende innovative, l’azienda farmaceutica, l’azienda di internet che non abbiamo mai posseduto, la parte dei computer che avevamo negli anni del mitico Olivetti e che abbiamo nel frattempo perso, aziende che si sono spostate, per ragioni talvolta comprensibili e talvolta incomprensibili, altrove. Oggi abbiamo una meccanica di precisione molto importante e abbiamo la greeen economy che ancora una volta è un punto di riferimento in termini di crescita occupazionale e crescita per il Paese perché risponde ai criteri enunciati. Se torniamo ai nostri dati, cioè quello che noi possiamo fare facendo tesoro di queste riflessioni che abbiamo velocemente analizzato, capiamo che abbiamo tre ruoli diversi: Stato, imprese, stake holders.
Per quanto riguarda lo Stato abbiamo visto che i nostri politici, quando comincia un governo che deve fare cose, deve produrre valore, deve creare occupazione, ragionano in termini di infrastrutture perché vale sempre la regola “short term, quick win” cioè nel breve termine si hanno le vittorie più veloci. Invece la capacità di innovare, che parte dalla scuola, che passa attraverso la formazione e che lavora su un’incubazione di giovani e di imprese, è più nel lungo periodo, non dà risultati nel breve, ma è quella che poi è vincente; è quella su cui la green economy, in questi anni, ha saputo rispondere più di altri settori, perché sull’innovazione ha basato il suo ruolo. Nel ruolo delle imprese che hanno saputo innovare in termini di prodotti, hanno saputo innovare in termini di processi, cioè fare gli stessi prodotti in modo diverso, hanno saputo innovare in termini di modelli di business, oggi, modelli di business che noi siamo in grado e saremo in grado di esportare all’estero con l’esperienza che abbiamo fatto anche grazie agli incentivi che ci sono stati e che servivano proprio a far crescere un comparto. Questo, sicuramente, il ruolo delle imprese.
E poi c’è il ruolo degli stakeholders, e parlo di istituzioni, università, sindacati, lavoratori, banche e tutti quelli che si muovono intorno al mondo della green economy e che possono favorire questo processo di crescita; allora bisogna chiedere anche cambi di paradigma epocali, cambi culturali, per esempio fine della dicotomia ambiente-lavoro, per cui in un periodo di crisi i presidi ambientali automaticamente scendono perché le imprese privilegiano il profitto rispetto alla tutela dei presidi ambientali.
E su questo va detto in modo chiaro che il capitalismo deve accettare e incorporare il concetto del limite perché un capitalismo che cresce senza limite non fa il bene del Paese, almeno a mio giudizio. Certamente c’è un dato di costume generale: le banche hanno una loro funzione sociale e noi dobbiamo in qualche modo aiutarle a capire che un credito concesso ad un’impresa è sicuramente più solvibile e più facilmente recuperabile se affidato ad un’impresa che ha fatto della sostenibilità o che tiene conto della sostenibilità, come un elemento di crescita.

Il caso Ilva dimostra in modo palese che i crediti concessi a quell’impresa, quando quell’impresa non ha investito ma ha privilegiato i profitti, non ha investito sui presidi ambientali diventano crediti di difficile esazione e necessitano di interventi straordinari che poi in qualche modo il sistema deve pagare.
Quindi noi che stiamo lavorando con l’Università, per esempio con Altis, l’Alta Scuola di Formazione della Cattolica per creare un tavolo di lavoro che metta insieme banche, quindi l’Abi, società di rating e Borsa Italiana, per spiegare che nel rating devono essere inseriti i criteri di sostenibilità ambientale, cioè il lavoro sul presidio ambientale, sui presidi della sostenibilità, sul rapporto col personale e con i fornitori, che in qualche modo sono la ricchezza del nostro settore, e che possono essere un valore aggiunto.

Concludo dicendo che il ruolo della green economy è un ruolo centrale, non va trascurato e, devo dire che le nomine di questi giorni e lo stesso intervento del Ministro, danno il segnale che il governo vuole cambiare in questa direzione.
Starace, amministratore delegato di Enel, è un bellissimo segnale; speriamo che la sua esperienza in Enel Green Power lo abbia in qualche modo formato nella direzione di capire che anche Enel, che vende i sistemi di Smart Grid in Cina, può pensare di realizzarli qui perché la generazione distribuita è forse la direzione in cui dobbiamo andare.

Concludo dicendo che la ventata di Renzi in qualche modo va salutata con entusiasmo nella misura in cui investe in un settore che ha la capacità, innovando in tutte le direzioni, di far uscire l’Italia dalla crisi economica, finanziaria e sociale che la attanaglia.

Il video dell’intervento di Pietro Colucci è disponibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=2Ey-55ZlsZI&feature=youtu.be

 

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About Pietro Colucci

Pietro Colucci è Presidente e Amministratore Delegato del Gruppo Waste Italia e Presidente di Innovatec.
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